TESTAMENTO OLOGRAFO

COS’E’ E COME SI FA!

Il testamento olografo è la forma più semplice, economica e pratica per esprimere le proprie volontà, non  richiede la presenza né del Notaio né di testimoni.

Per questa ragione è la forma di testamento più diffusa.

Esso deve contenere le volontà del testatore, espresse liberamente, senza cioè dover rispettare particolari formule. La legge impone che il testamento debba però rispettare un rigore formale, a tutela del testatore: esso infatti produrrà i suoi effetti solo dopo la sua morte, ed è quindi fondamentale che dal documento si possano desumere le reali volontà del testatore. Il termine “olografo” deriva dal greco “olos” = tutto  e  “grafo” = scritto; dunque si tratta di un testamento interamente scritto a mano dal testatore.Tre sono i requisiti essenziali previsti dal nostro ordinamento perché sia garantita la validità del testamento olografo:

Autografia: cioè la completa scrittura di tutte le sue parti ad opera del testatore, senza l’ausilio di altri, né di mezzi meccanici;

Presenza della data: giorno-mese-anno (non è necessaria l’indicazione del luogo);

Sottoscrizione: cioè la firma in calce alle disposizioni.

Il testamento olografo può essere scritto su qualsiasi pezzo di carta di qualsiasi qualità, dimensione e colore. Non è neppure necessario che sia proprio carta, può essere stoffa, legno o altro materiale sufficientemente durevole. Può essere scritto anche su marmo o pietra, ma non può però essere scolpito, perché perderebbe le caratteristiche delle calligrafia del testatore. Se non è sufficiente un foglio di carta, se ne possono usare di più purché risulti che l’uno è continuazione dell’altro, meglio se numerati ed ogni foglio porti la data e la firma del testatore.

I beneficiari di un testamento possono essere persone fisiche nate o concepite prima dell’apertura della successione e/o persone giuridiche (ad esempio gli enti di beneficienza, pubblica utilità o di istruzione). Affinché la disposizione sia valida è necessario che il beneficiario sia esattamente indicato e quindi precisamente individuabile. La legge infatti prevede la nullità della disposizione testamentaria a favore della persona incerta o a favore di persona da nominarsi da un terzo.
Gli unici casi in cui la legge fa salve le disposizioni testamentarie a favore di soggetti indeterminati sono:

  • le disposizioni a favore dei poveri;
  • le disposizioni a favore dell’anima.

Per le disposizioni a favore dei poveri espresse genericamente senza che sia determinato il pubblico istituto beneficiario, si intendono fatte a favore dei poveri del luogo dell’ultimo domicilio del testatore e i beni vengono devoluti all’ente Comunale per l’assistenza.Per le disposizioni a favore dell’anima, ossia i lasciti diretti alla celebrazione di suffragi,  l’ordinamento tutela la disposizione trasformandola in un onere a carico dell’erede o del legatario, a condizione che siano determinati i beni o la somma da impiegare allo scopo.

Il  testatore non è obbligato a comunicare a nessuno di avere fatto un testamento olografo, il quale può essere conservato a cura del testatore stesso oppure consegnato in deposito fiduciario a persona di fiducia o ad un Notaio.
Nel caso in cui il testamento olografo sia stato depositato presso un Notaio, la formalità della pubblicazione deve essere eseguita dal Notaio depositario.

Non vi è nel codice la disciplina del deposito del testamento olografo se non da parte del testatore; inoltre non è ammessa neppure la rappresentanza in quanto trattasi di atto avente natura personale.

La ragione per la quale molti testatori depositano il proprio testamento olografo presso un Notaio, è il timore che il proprio testamento possa essere smarrito o sottratto.

Una possibile alternativa al deposito del testamento presso il Notaio, è la redazione del testamento olografo in più copie, tutte aventi lo stesso contenuto, datate e sottoscritte di pugno dal testatore; non sono infatti valide le fotocopie.
Tali copie potranno essere consegnate a persone di fiducia del testatore, anche all’avvocato.

Non appena si abbia notizia della morte del testatore il testamento deve essere aperto e pubblicato, affinché tutti gli interessati vengano a conoscenza delle disposizioni di ultima volontà.

Con la  pubblicazione il testamento cessa di essere un atto interno del suo autore.

La pubblicazione nel caso del testamento pubblico consiste quindi nel passaggio del testamento dal repertorio degli atti di ultima volontà a quello degli atti tra vivi.
Il testamento pubblicato viene poi trascritto presso il registro delle successioni tenuto presso la cancelleria del tribunale.

La pubblicazione del testamento olografo è a cura del Notaio che in presenza di due testimoni redige un verbale nella forma di atto pubblico, descrivendo lo stato del testamento, trascrive esattamente il contenuto e fa menzione della sua apertura ove sigillato.

Il verbale viene sottoscritto dalla persona che presenta il testamento, dai testimoni e dal Notaio. Al verbale di pubblicazione vengono allegati la scheda testamentaria, e l’estratto  per riassunto dell’atto di morte.

Una volta avvenuta la pubblicazione, il testamento olografo ha esecuzione.

Il Notaio che ha provveduto alla pubblicazione è tenuto a comunicare l’esistenza del testamento agli eredi e legatari di cui conosce il domicilio e la residenza.

Chiunque sia in possesso di un testamento olografo è obbligato a consegnarlo ad un Notaio per la pubblicazione, appena abbia notizia della morte del testatore; qualora ciò non avvenga chiunque vi abbia interesse può fare ricorso al tribunale del circondario ove si e’ aperta la successione affinché sia fissato un termine per la suddetta presentazione.

L’occultamento di un testamento olografo costituisce reato.

Per giustificati motivi, su istanza di chiunque vi ha interesse, il giudice può disporre che periodi o frasi di carattere non patrimoniale siano cancellati dal testamento e omessi nelle copie che fossero richieste, salvo che l`autorità giudiziaria ordini il rilascio di copia integrale

Per quanto semplice ed alla portata di tutti consiglio sempre una consulenza legale antecendente la redazione del testamento volta ad evitare che l’atto di ultima volontà del testatore risulti viziata e non porti a quanto dallo stesso auspicato.

Avv. Rossana Zanardi

 

 

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COMUNIONE DEI BENI FRA CONIUGI

Che cosa è la comunione dei beni tra coniugi?

Quando si parla di comunione dei beni tra coniugi è necessario, prima di tutto fare chiarezza distinguendo tra la comunione legale e la comunione ordinaria dei beni.
Prima della riforma del 1975 il regime legale adottato nel caso in cui i coniugi non avessero stipulato uno specifico accordo era quello della SEPARAZIONE DEI BENI, dopo il 1975 e ancora oggi, il regime legale è quello della COMUNIONE LEGALE. In sostanza, se i coniugi nulla dichiarano al momento del matrimonio il regime che opera in “automatico” è quello della comunione legale.  Il codice stabilisce quali sono i beni che costituiscono oggetto della comunione (art.177 c.c.) e quelli che invece vengono definiti “beni personali” e che, pertanto, ne restano esclusi (art.179 c.c.).

I BENI CHE ENTRANO IN COMUNIONE SONO:
a) gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi ai beni personali;
b) i frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi, percepiti e non consumati allo scioglimento della comunione;
c) i proventi dell’attività separata di ciascuno dei coniugi se, allo scioglimento della comunione, non siano stati consumati;
d) le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio. Qualora si tratti di aziende appartenenti ad uno dei coniugi anteriormente al matrimonio ma gestite da entrambi, la comunione concerne solo gli utili e gli incrementi.
Sono invece ESCLUSI dalla comunione, perché considerati beni personali, quelli il cui coniuge era proprietario prima del matrimonio, quelli che ha acquistato anche durante il matrimonio per successione o per donazione e i beni di uso personale o che sono da considerarsi necessari per l’esercizio di una professione.

COME SI AMMINISTRANO I BENI DELLA COMUNIONE?

Entrambi i coniugi hanno l’amministrazione disgiunta sui beni della comunione ma se debbono compiere atti che eccedono l’ordinaria amministrazione ogni decisione deve essere presa congiuntamente come dispone l’articolo 180 C.C.. È chiaro che possono sorgere dei disaccordi ma nel caso di rifiuto del consenso di uno dei coniugi su un atto di straordinaria amministrazione è possibile per l’altro rivolgersi al giudice ai sensi dell’articolo 181 e chiedere l’autorizzazione al compimento dell’atto. Le conseguenze di atti compiuti senza il consenso dell’altro coniuge sono espressamente previste nell’articolo 184 del codice: “Gli atti compiuti da un coniuge senza il necessario consenso dell’altro coniuge e da questo non convalidati sono annullabili se riguardano beni immobili o beni mobili elencati nell’articolo 2683.
L’azione può essere proposta dal coniuge il cui consenso era necessario entro un anno dalla data in cui ha avuto conoscenza dell’atto e in ogni caso entro un anno dalla data di trascrizione. Se l’atto non sia stato trascritto e quando il coniuge non ne abbia avuto conoscenza prima dello scioglimento della comunione l’azione non può essere proposta oltre l’anno dallo scioglimento stesso.
Se gli atti riguardano beni mobili diversi da quelli indicati nel primo comma, il coniuge che li ha compiuti senza il consenso dell’altro è obbligato su istanza di quest’ultimo a ricostituire la comunione nello stato in cui era prima del compimento dell’atto o, qualora ciò non sia possibile, al pagamento dell’equivalente secondo i valori correnti all’epoca della ricostituzione della comunione”
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DIVORZIO BREVE, LA SVOLTA CHE NON AVREMMO MAI PENSATO ARRIVASSE

La riforma sul “divorzio breve” ha rappresentato una svolta epocale per il Paese e per tutte le coppie che attendevano da tempo questa misura per poter mettere “velocemente” una pietra sopra sul passato e rifarsi una nuova vita.
Diventata “realtà” il 22 aprile 2015, a a nuova legge dello Stato (l. n. 55/2015),è entrata in vigore il 26 maggio scorso e già a pochi mesi di distanza c’è stato un vero boom di nuove cause di divorzio

 dirsi addio in sede giudiziale

Con la modifica dell’art. 3 della l. n. 898/1970, la riforma riduce notevolmente i tempi della separazione.

In luogo dei tre anni prima previsti, ora infatti, in caso di separazione giudizialebasterà 1 anno per porre fine al matrimonio.

Il termine decorre sempre dalla comparsa dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale.

Rimane fermo, inoltre, il requisito della mancata interruzione: la separazione dovrà essersi “protratta ininterrottamente” e l’eventuale sospensione dovrà essere eccepita dalla parte convenuta.

6 mesi per la consensuale

Il termine di un anno si riduce, ulteriormente, a sei mesi, secondo il nuovo testo dell’art. 3 lett. b), n. 2 della l. n. 898/1970, nelle separazioni consensuali.

Ciò avverrà indipendentemente dalla presenza o meno di figli e anche se le separazioni erano nate inizialmente come contenziose.

SEPARAZIONE: SPESE STRAORDINARIE- NUOVO PROTOCOLLO TRIBUNALE DI MODENA

Con la sentenza di separazione o di divorzio, il giudice normalmente impone al genitore  non collocatario dei figli di contribuire al loro mantenimento corrispondendo, oltre all’assegno mensile, il 50% delle spese straordinarie. Le problematiche tra coniugi sorgono quando si deve stabilire quali siano le “spese straordinarie” e quali invece rientrino nella “quotidiana gestione” della prole. Spesso capita, infatti, che il genitore che convive materialmente con i figli  anticipi le spese extra e poi, dopo averne chiesto la restituzione della metà all’ex, quest’ultimo si rifiuti di corrispondere la sua parte.  La giurisprudenza ha più volte tentato di chiarire questo aspetto, definendo le spese straordinarie quelle che conseguono a eventi eccezionali della vita dei figli, con particolare riferimento alla loro salute; oppure le spese che servono per soddisfare le esigente saltuarie e imprevedibili; o, in ultimo, quelle che esulano dall’ordinario regime di vita dei figli, considerato anche il contesto socio-economico in cui sono inserite

Sono pertanto considerate spese ORDINARIE – e quindi rientranti già nell’assegno mensile erogato per il mantenimento – quelle che riguardino esigenze attuali e prevedibili dei figli, anche se parametrate nell’arco di un anno: tanto per fare qualche esempio, l’acquisto di libri scolastici e del materiale di cancelleria, dei quaderni, dell’abbigliamento per fare sport a scuola e della quota di iscrizione alle gite scolastiche, essendo obbligatorio, e non straordinario, che i figli frequentino la scuola.

Sono invece spese STRAORDINARIE le spese che rispondono ad esigenze saltuarie e imprevedibili dei figli. Proprio perché imprevedibili, il giudice non le può prevedere in anticipo già nella sentenza di separazione o divorzio. Per esempio, sono da considerare “extra” le spese mediche per interventi chirurgici o per fisioterapia, per gli occhiali da vista, per lezioni private. Per quanto riguarda le spese della baby sitter, si considerano ordinarie (e rientrano già nella previsione dell’assegno mensile) se ad essa il genitore affidatario fa abitualmente ricorso a causa dei propri impegni di lavoro; si considerano invece straordinarie se la baby sitter è stata utilizzata per una imprevedibile necessità del genitore di recarsi di un luogo distante da casa, per prestare – per esempio – assistenza a un parente ammalato o per partecipare a un matrimonio di un congiunto. Quanto alle spese universitarie, la Cassazione ha ritenuto che esse giustifichino la richiesta al giudice di un aumento dell’assegno di mantenimento, in quanto sono spese destinate a durare nel tempo e non sono né saltuarie, né imprevedibili.

Nella prassi professionale sono molto frequenti le telefonate successive alla separazione e/o al divorzio in cui il cliente chiede chiarimenti proprio in ordine alla qualificazione delle spese sostenute e, recentemente,  il TRIBUNALE DI MODENA, ha introdotto,  a mio avviso molto intelligentemente,  un PROTOCOLLO chiarificatore al fine di evitare inutili discussioni sulla qualificazione delle spese sostenute che riporto di seguito:

spese mediche (da documentare) che non richiedono il preventivo accordo: a) visite specialistiche prescritte dal medico curante; b) cure dentistiche presso strutture pubbliche; c) accertamenti e trattamenti sanitari non erogati dal Servizio Sanitario Nazionale; d) tickets sanitari;

spese mediche (da documentare) che richiedono il preventivo accordo: a) cure dentistiche, ortodontiche e oculistiche; b) cure termali e fisioterapiche; c) accertamenti e trattamenti sanitari erogati anche dal Servizio Sanitario Nazionale; d) cure non convenzionali; e) farmaci particolari;

spese scolastiche (da documentare) che non richiedono il preventivo accordo: a) tasse scolastiche e universitarie imposte da istituti pubblici; b) libri di testo e materiale di corredo scolastico di inizio anno; c) gite scolastiche senza pernottamento; d) trasporto pubblico; e) mensa;

spese scolastiche (da documentare) che richiedono il preventivo accordo: a) tasse scolastiche e universitarie imposte da istituti privati; b) corsi di specializzazione; c) gite scolastiche con pernottamento; d) corsi di recupero e lezioni private; e) alloggio presso la sede universitaria;

spese extrascolastiche (da documentare) che non richiedono il preventivo accordo: a) tempo prolungato, pre-scuola e dopo-scuola; b) centro ricreativo estivo e gruppo estivo;

spese extrascolastiche (da documentare) che richiedono il preventivo accordo: a) corsi di istruzione, attività sportive, ricreative e ludiche e pertinenti attrezzature; b) spese di custodia (baby sitter); c) viaggi e vacanze.

Avv. Rossana Zanardi

Assistenza agli anziani: quali resposabilità per i figli?

Conseguenze civili e penali derivanti dalla mancate cure ai genitori anziani e non autosufficienti: consigli pratici.

 

Quando in una famiglia i genitori diventano anziani e, non di rado, incapaci di badare (anche solo in parte) a se stessi, accade purtroppo spesso che i figli si trovino a litigare riguardo alla loro necessaria assistenza e sostegno economico. Capita allora che anche chi è animato dalle migliori intenzioni, si trovi nella condizione di non saper cosa fare a causa dei rifiuti e delle scuse portate dai fratelli o dagli altri congiunti.

A riguardo, è bene subito chiarire che occuparsi delle cure e dell’assistenza di un genitore che, a causa della salute precaria, dell’età avanzata o delle ridotte disponibilità economiche non è in grado di provvedere a se stesso, anche solo parzialmente, non è solo un dovere morale ma anche giuridico.

Se, infatti, non esiste una specifica norma che imponga assistenza morale e materiale all’anziano in quanto tale, come contrariamente avviene con riguardo ai doveri reciproci fra coniugi e ai doveri dei genitori verso i figli [1], è pur vero, tuttavia che la legge disciplina una serie di situazioni alle quali ci si può senz’altro richiamare con specifico riferimento al problema in esame.

Cosa prevede la legge

Innanzitutto va chiarito che per legge [2], fino a quando il figlio convive con la famiglia d’origine egli ha anche l’obbligo:

– di rispettare i genitori

– nonché di contribuire al mantenimento della famiglia in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito.

Sbaglia, perciò, chi ritiene naturale, continuando ad abitare con il genitore fino a ben oltre la maggiore età, di dover ricevere da quest’ultimo vitto, alloggio, cure e assistenza, senza che gravino anche su di lui dei precisi doveri morali e materiali.

Gli alimenti (il sostegno economico)

Va poi considerato che il soggetto di età avanzata è molto spesso anche una persona che versa in “stato di bisogno” in quanto non dispone di redditi propri o, anche quando ne dispone, questi si rivelano insufficienti per provvedere a tutte quelle necessità di cura e assistenza che si accrescono inevitabilmente in misura proporzionale all’età e all’aggravarsi di eventuali malattie.

Nel soggetto anziano, infatti, come più volte ribadito dalla Cassazione [1] l’incapacità di provvedere, in tutto o in parte, al proprio sostentamento (strettamente legata a quella lavorativa) deve ritenersi implicita e non necessita, quindi, di una specifica prova contraria (che comunque può sempre essere fornita da chi ne abbia interesse).

Ricorrendo, dunque, queste condizioni (stato di bisogno e incapacità di autosostentamento) è dovere dei figli (a prescindere dalla convivenza con l’anziano) concorrere nel versare al genitore gli alimenti [2], ciascuno in proporzione delle proprie condizioni economiche.

Sul tema ci siamo specificamente soffermati nella guida “Stato di bisogno di familiari anziani: alimenti, come e da chi ottenerli” alla quale rinviamo, non senza prima fare alcune importanti precisazioni:

– per chi non ha i mezzi economici, l’ obbligato può adempiere all’obbligo di versare gli alimenti anche con modalità alternative al corresponsione di una somma di denaro, offrendo al richiedente di ospitarlo e mantenerlo in casa;

– in mancanza di accordo tra i soggetti obbligati la decisione viene presa dal giudice in proporzione al bisogno del richiedente e alle condizioni economiche di chi dovrà somministrarli: il magistrato potrà anche, in caso di urgente necessità, porre l’obbligazione a carico di uno solo tra quelli che vi sono obbligati, salvo il regresso verso gli altri.

Dunque, ove sorga un contrasto tra fratelli (o altri familiari) in merito ad un adempimento spontaneo, l’interessato potrà rivolgersi al giudice affinché stabilisca le modalità di somministrazione degli alimenti, per la quale non possono ritenersi esentati neppure coloro che per ragioni di lavoro abbiano posto la propria dimora lontano dal soggetto bisognoso (classico il caso del figlio che adduce come motivazione per disinteressarsi del genitore il fatto di vivere in un’altra città).

Si tratta questa di una soluzione che non esclude la scelta di affiancare l’anziano alla figura di un amministratore di sostegno, (preferibilmente scelto tra uno dei familiari) affinché – redigendo un periodico rendiconto al giudice tutelare – curi gli interessi dell’anziano che si trovi nell’incapacità, anche solo parziale, di provvedervi.

Le conseguenze penali della mancata assistenza

Nel caso in cui, poi, all’anziano (la legge parla di “ascendenti”) vengano fatti mancare i mezzi di sussistenza, il rischio è quello di dover rispondere del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare [3] punito con la reclusione fino a un anno e con la multa da 103 a 1.032 euro.

Sempre sotto lo stretto profilo penale, il comportamento dei figli (o di altri familiari) che manchino di prestare all’anziano cure e assistenza configura un’autonoma figura di reato che è quella dell’ abbandono di minori o persone incapaci [4]: esso punisce, infatti, oltre all’ abbandono del minore, anche quello della persona “incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa”.

Per abbandono si intende non solo il fatto di lasciare il soggetto in balia di se stesso ma anche quello di affidarlo, sia pure per breve tempo, a persone che non siano in grado di prendersene cura: si pensi al caso dell’anziano che, per la particolare situazione di salute in cui versa, necessiti di specifiche cure infermieristiche.

La pena prevista per questo reato è quella della reclusione da 6 mesi a cinque anni, ma tale pena è aumentata quando l’abbandono è posto in essere da soggetti particolarmente vicini al soggetto bisognoso, quali il coniuge o i figli.

L’anziano che per l’età avanzata o la malattia sia incapace di provvedere a se stesso è, infatti, equiparabile al minore che venga lasciato solo in casa. Come ha infatti chiarito la Cassazione, la vecchiaia può considerarsi come una causa di incapacità di provvedere a se stessi; per tale motivo essa implica la custodia e la cura dell’ anziano in modo tale che gli siano garantite le misure occorrenti per l’igiene propria e dell’ambiente in cui vive [5].

Tuttavia, sempre i Supremi giudici hanno spiegato che “ai fini della sussistenza del reato, la presunzione di incapacità non è assoluta in quanto essa non costituisce una condizione patologica bensì fisiologica che “deve essere accertata concretamente quale possibile causa di inettitudine fisica o mentale all’adeguato controllo di ordinarie situazioni di pericolo per l’incolumità propria” [6].

Che succede se è l’anziano a rifiutare l’assistenza?

Non è poi raro il caso che il genitore, proprio in ragione di quella caparbietà che spesso caratterizza le persone più anziane, sia il primo a rifiutare di essere assistito, specie quando – impossibilitati per ragioni di lavoro all’assistenza diretta – i figli siano costretti a delegare un terzo (ad esempio una badante) alle sue cure.

Spesso il rifiuto dell’anziano scaturisce dal timore del cambiamento delle proprie abitudini di vita o dall’incapacità di accettare di non essere più in grado di occuparsi da solo di se stesso. In tal caso, sotto il profilo strettamente legale, non viene meno l’obbligo dei figli alla cura e all’assistenza e ciò significa che essi potrebbero ugualmente incorrere in responsabilità specie dove il genitore, lasciato incustodito, si procuri delle lesioni o venga segnalato alle autorità in quanto versi in stato di abbandono.

Sotto il profilo strettamente giuridico la soluzione non è da ricercare – ove naturalmente il genitore sia nella piena capacità di intendere e di volere – nel farsi firmare da quest’ultimo una dichiarazione scritta di rifiuto all’assistenza. Tale soluzione, infatti, non sarebbe in grado di mettere i figli a totale riparo da responsabilità atteso che il reato di abbandono di persone incapaci fa riferimento alla condizione oggettiva di incapacità (cioè a quella di non avere le capacità fisiche e/o cognitive per poter far poter far fronte a situazioni di necessità) e non a quella giuridica (ad esempio l’interdizione dichiarata dal giudice).

Si tratta, come è evidente, di situazioni delicate ed estremamente difficili da gestire, ma il consiglio, nel primario interesse dell’anziano prima ancora che della famiglia, è quello di non assecondare la sua volontà di totale autonomia, specie dove si sia pienamente consapevoli della sua situazione di non autosufficienza. Una adeguata assistenza, infatti, ha proprio lo scopo di condurre il soggetto bisognoso di cure ad un prolungamento e non ad una limitazione della sua autonomia e occorre puntare a rendere l’anziano consapevole proprio di questo.

Consigli pratici

Ecco allora di seguito alcuni suggerimenti per coloro che si trovano a scontrarsi da un lato con la necessità di ricorrere ad una forma di assistenza esterna per il genitore e dall’altro col rifiuto di quest’ultimo a farsi aiutare:

valutare prioritariamente in famiglia quale possa essere la forma di tutela più giusta per il congiunto, a seconda della gravità del problema (amministrazione di sostegno, interdizione, semplice assistenza domiciliare, ecc.) e verificare se uno dei familiari sia disposto ad assumere l’incarico di sostegno dell’anziano non solo per gestire le ordinarie questioni economiche ma anche quelle dell’assistenza quotidiana;

informarsi preventivamente su chi possano essere i soggetti e/o le strutture in grado di fornire, nel luogo di residenza dell’anziano, assistenza domiciliare (o ricovero per i casi più gravi), in modo da essere in grado di parlare al familiare più che consapevolmente ed essere in grado di dare risposta ai dubbi che certamente esprimerà;

ascoltare e non sminuire le esigenze espresse dall’anziano senza mostrarsi impositivi (ad esempio l’esigenza di essere accompagnato solo per alcuni momenti della giornata);

– affrontare il problema in momenti di reciproco relax, in modo da essere entrambi aperti al dialogo;

– cercare di coinvolgere nel problema altri familiari o persone nelle quali il genitore ripone fiducia;

– spiegare all’anziano che l’assistenza renderebbe da un lato voi più sereni e dall’altro che essa favorirebbe la sua autonomia, in quanto permetterebbe a lui di continuare a fare le cose di prima senza correre rischi di sorta;

– chiedere all’anziano di rendersi quantomeno disponibile ad un breve periodo di prova: sarà così più facile che comprenda i benefici di avere accanto quotidianamente qualcuno.

 

[1] Art. 143 e 147 cod. civ.

[2] Art 315 bis ult. co. cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 3334/07; n.21572/06; n. 9185/04; n. 1099/90.

[4] Art. 591 cod. pen.

[5] Art 433 e ss. cod. civ.

[6] Art. 570 cod. pen.

[7] Cass. sent. n.31905/09.

[8] Cass. sent. n. 6885/99.

Figlio maggiorenne: la perdita del lavoro non fa rinascere il mantenimento

Una volta che il figlio maggiorenne abbia già lavorato dimostrando capacità lavorativa e capacità di essere autosufficiente, la perdita del lavoro e la momentanea disoccupazione, non fanno rivivere il diritto al mantenimento da parte del genitore, i cui presupposti sono già venuti meno. Rimane fermo il diritto agli alimenti che si basa su presupposti diversi.

La Corte d’appello di Catania, con il decreto 26 novembre 2014, ha respinto il reclamo di una donna titolare di assegno di mantenimento per se e per il figlio maggiorenne, confermando la decisione del Tribunale che aveva disposto la revoca dello stesso.

Il marito aveva agito per la modifica delle condizioni di separazione e il Tribunale di Siracusa gli aveva dato ragione.

L’uomo aveva perso il lavoro, e il figlio di ventitre anni aveva terminato gli studi e aveva cominciato a lavorare come muratore con contratto a tempo indeterminato. In seguito, aveva perso il lavoro e comunque era stato assunto con contratti a termine, sempre come muratore.

La donna si era difesa assumendo che non sussistevano giustificati motivi per la revisione, in quanto il figlio non aveva ancora conseguito l’autonomia economica e che al momento era disoccupato. Anche lei era disoccupata e la proprietà dell’appartamento in cui abitava, non le consentiva un tenore di vita analogo a quello tenuto durante il matrimonio.

Infine denunciava che il marito in realtà non fosse disoccupato ma lavorasse “al nero”.
Il Tribunale di Siracusa aveva accolto il ricorso e aveva annullato l’obbligo di corresponsione del mantenimento per la moglie e per il figlio.

In sede di reclamo del provvedimento, la Corte, valutando corretta la motivazione del Tribunale, ribadisce che in materia di mantenimento del figlio maggiorenne, vige il “principio, ormai consolidato nella giurisprudenza di legittimità, secondo cui una volta conseguita da parte del figlio maggiorenne l’autonomia economica, mediante un’attività lavorativa che dimostri una capacità adeguata, è da escludere che possa rilevare la sopravvenienza di circostanze ulteriori che, pur determinando l’effetto di renderlo momentaneamente privo di sostentamento economico, non possono far risorgere un obbligo di mantenimento, i cui presupposti erano già venuti meno” (Cass. Civ. n. 1761/2008 e Cass. civ. n. 1585/2014).

Eventualmente può sorgere il diritto agli alimenti che si basa su presupposti diversi ma non il diritto al mantenimento.

In pratica lo svolgimento di attività lavorative dimostra che il figlio è in grado di sapersi rendere economicamente autosufficiente a prescindere dal dato contingente del mercato lavorativo.
Anche in relazione al mantenimento della moglie, il reclamo è infondato.

Rispetto a quanto pattuito in sede di separazione, la già valutata disparità economica tra i coniugi non sussiste più e non si giustifica la corresponsione dell’assegno da parte del marito.
Nessuno dei due coniugi può vantare un lavoro regolare e, anche se il marito ha una qualifica lavorativa specifica, la moglie ha il vantaggio di vivere in una casa di sua proprietà, che nella situazione attuale ha un rilievo diverso da quello considerato in separazione.

In quella sede, quando il marito percepiva un reddito fisso da lavoro dipendente, la proprietà della casa non era stata considerata sufficiente a pareggiare la condizione economica dei coniugi, ma oggi, nella situazione di precarietà di entrambi, deve essere valutata diversamente.

La denunciata circostanza della fittizia disoccupazione del marito non è stata provata e pertanto la Corte respinge il reclamo e condanna la parte soccombente al pagamento delle spese liquidate in applicazione del nuovo art.13, L. 31.12.2012 n. 247 e del DM 10.3.2014 n. 55, pubblicato in GU il 2.4.2014.

(Altalex, 4 aprile 2015. Nota di Giuseppina Vassallo)